"Archivio02" - 11/02/2005

La storia di Rino

Un pomeriggio suggestivo, una lingua di terra che guarda le isole Eolie, scogliere scoscese ricche di macchia mediterranea, gabbiani che danzano nell’aria: questo è il luogo dove ha inizio la storia di Rino.
Un giorno, passeggiando su un angolo di terra chiamato Punta Mazza, sento abbaiare in lontananza. Cerco di capire da dove proviene e mi affaccio sul costone dove giù, in basso, si trova una spiaggetta meravigliosa, meta per il riposo di stormi di gabbiani: la spiaggia di Rinella.
Non vedo nulla ma sento una presenza laggiù, in fondo. Non vi è accesso da terra: il vecchio sentiero, franato nel corso degli anni e mai più ripristinato, ha mantenuto la naturalezza del luogo.
Scendo giù dal costone, ma la discesa è dura. Mi spingo quanto più possibile, ma da quel precipizio non riesco a vedere nulla. Ai miei richiami l’unica risposta è il silenzio.Torno indietro sui miei passi, incerto su ciò che avevo percepito: possibile che un cane fosse confinato laggiù?
Passano alcuni giorni e, durante una visita guidata, arrivato nello stesso luogo, scorgo, sulla spiaggia, la sagoma di un cane che vaga smarrito. Cerco di capire ma mi sento un po’ confuso. Rifiuto l’idea di un abbandono e penso che quel cane conosca la via per risalire!!
Passano altri giorni. Nel corso di un’escursione con un gruppo di studenti di un istituto superiore, affacciandomi sul costone, rivedo quel cane.
Questa volta è alla ricerca di qualcosa: su quella spiaggia deserta vi è soltanto un tappeto di alghe e qualche rifiuto che il mare restituisce. La mia attenzione si fa più presente: cerco di capire. Forse è una prova a cui si sta sottoponendo, forse ha bisogno di aiuto….dall’altro, però, distinguo soltanto una macchia bianca a pelo lungo. Mi ripropongo di calarmi giù con delle funi. Purtroppo arriva il mal tempo e la forte pioggia, mescolata a folate di vento, per giorni mi tiene lontano da quel pensiero.
Un giorno, per fortuna, un gruppo di bambini e una giornata di sole mi riportano a Punta Mazza.
Affacciandomi, preoccupato, vedo ancora questo amico sconosciuto e capisco, dai movimenti stanchi e lenti, che è ormai rassegnato a finire quell’avventura. Decido di porre fine immediatamente a quell’esilio. Penso di scendere con delle funi, ma capisco che non posso più attendere oltre e non posso rischiare di fallire. Chiedo aiuto ad un amico: ci organizziamo, cerchiamo un gommone e partiamo per il recupero.
Arrivati alla spiaggetta tiriamo su il gommone. Il rifluire delle acque tiene impegnato il mio amico a guardia dell’unico mezzo che abbiamo per tornare indietro. Dall’alto, altri amici, venuti a sapere della nostra spedizione, ci supportano con la loro presenza. Inizio la mia ricerca. Sono sicuro di trovarlo. Dopo avere ispezionato una zona, d’istinto vado sotto il costone da cui ero solito affacciarmi e li, infreddolito, provato, affamato, c’era un piccolo cagnetto a pelo lungo, bianco con una macchia marrone sulla schiena, lo sguardo incredulo e triste.
Forse, per lui ero una visione: per quasi un mese era rimasto li da solo, cercando di sopravvivere.
Avevo portato con me dell’acqua e del cibo che lui ha solo assaggiato. Penso che la cosa di cui aveva principalmente bisogno era un po’ d’amore.
Lo prendo! Saliti sul gommone mi siedo accanto a lui, lo riscaldo e penso che da quel momento in poi condividerò la mia vita con un nuovo amico: Rino.

(di Enzo..) 03/02/2005